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Fermo, o in movimento, il corpo si adatta alle diverse situazioni reagendo con compensi spesso imprevedibili.
Sono ormai molti anni, più di una ventina, che mi occupo di atleti e dei loro problemi ortopedici e biomeccanici. Nonostante questo trovo ancora di che meravigliarmi osservando come in alcuni di essi le anormalità anatomofunzionali vengano autocompensate egregiamente, creando i presupposti per un movimento del corpo comunque efficiente. Purtroppo questo non sempre avviene in modo sufficiente e allora il corridore può aver bisogno di un aiuto esterno. Tale aiuto apre ulteriori spiragli a chi non è stato dotato, dalla natura, di un corpo con particolari caratteristiche di armonicità funzionale.
Sbilanciati di natura
Partendo da semplici osservazioni da fermi rilevate su un’apposita pedana (baropodometrica) è possibile capire come la distribuzione del peso del corpo non sia mai eguale sui due arti. Più frequente è il carico a destra. Una delle giustificazioni di tale “sbilanciamento” è che la parte destra del corpo, in virtù anche della tipologia anatomica degli organi interni, pesi realmente di più rispetto alla sinistra e quindi ci sia un adattamento dell’arto inferiore destro a sopportare un carico maggiore. Già questa osservazione fa riflettere su come la simmetria del corpo proprio scontata non sia e su come, ai fini di un ottimale equilibrio dinamico, questi fattori possano incidere non poco. La cosa si complica ulteriormente se sussiste una diversa lunghezza degli arti inferiori. In questo caso il carico tende a essere prevalente in corrispondenza dell’arto più corto, in virtù di un compenso che porta a un’estensione non completa dell’arto più lungo. Accade così che quando l’arto più corto è il sinistro e la dismetria è minima, vi può essere un risultato finale di apparente equilibrio.
L’importanza del baricentro
Un altro elemento facilmente valutabile sulla pedana baropodometrica è l’indicazione del baricentro del corpo. Il baricentro può essere definito come il punto di applicazione della forza-peso di un corpo. Tutti riconoscono, soprattutto per la corsa sulle lunghe distanze, il legame tra l’economicità dell’azione e lo spostamento altimetrico del baricentro del corpo. In pratica meno energia viene dissipata nel riportare il bacino in alto, più energia viene risparmiata (vedi figura). Il maggior dispendio energetico di chi presenta un baricentro non perfettamente centrato anatomicamente dipende dal fatto che il lavoro muscolare rende di meno a parità di energia prodotta e il significato di queste asimmetrie è tanto più importante quanto più il gesto dinamico della corsa si ripete nel tempo. Fatti questi esempi di semplice interpretazione dobbiamo, comprendere come già accennato, come gli adattamenti tendano poi a minimizzare tali alterazioni, ma anche come tali possibili difetti possano incidere sulla prestazione ma anche causare dei sovraccarichi funzionali che sono spesso forieri d’infortuni di varia natura.
Una muscolatura sospetta
Alla luce di quanto detto, alcuni squilibri muscolari sono da interpretare come forme di riequilibrio funzionale a compenso di una situazione anatomica da cui non si può prescindere. Ecco perché anche accurate valutazioni della forza muscolare con macchine isocinetiche devono essere interpretate sempre tenendo ben presente lo schema corporeo. Di fatto, un apparente ipertono muscolare di un distretto può dipendere da un compenso funzionale. Diversa è invece l’interpretazione dei dati che dev’essere fatta in seguito a un infortunio o a un conseguente intervento chirurgico.
Le regole del potenziamento
Abbiamo più volte sostenuto la necessità d’inserire nel programma di allenamento stimoli muscolari atti al mantenimento del tono generale per creare una sorta di barriera protettiva nei confronti delle situazioni di sovraccarico. Date le precedenti premesse sono allora opportune alcune precisazioni:
- alcuni presunti squilibri muscolari possono risultare dei semplici autocompensi ed è quindi inutile insistere in un riequilibrio che non si fa interprete dell’economia funzionale
- il carico applicato nelle forme di potenziamento (con particolare riferimento agli arti inferiori) non deve superare in modo esagerato quello richiesto nell’esercizio della corsa
- gli assi di carico e i gradi di escursione articolare nell’esecuzione delle esercitazioni devono avvicinarsi a quelli richiesti dall’esercizio specifico, anche per non creare una muscolatura inutilizzabile nel gesto tecnico
- la pratica di discipline aerobiche alternative può essere vista come impegno allenante cardiovascolare, di scarico nei confronti di alcuni distretti muscolari, di completamento armonico del trofismo muscolare generale.
Un aiuto quando si fa sul serio
Lo studio dell’interfaccia ottimale tra piede e calzatura, ovvero la realizzazione di un plantare personalizzato, ha due motivazioni di notevole importanza: la salvaguardia della salute dello sportivo, come ad esempio nel caso delle asimmetrie citate in quest’articolo, e la ricerca della migliore resa. I due elementi viaggiano su corsie parallele perché taluni carichi allenanti sono possibili solo allorquando il sistema risulti in equilibrio. Il concetto di autocompenso che porta alla resa ottimale di quel sistema non è sempre sufficiente a garantire l’idoneità biomeccanica alla sopportazione di chilometraggi di un certo impegno. Per indirizzarsi verso una ricerca della miglior resa personale è quindi da superare l’idea del plantare quale strumento meramente ortopedico per arrivare a quella di sussidio biomeccanico atto a ottimizzare il gesto atletico.
(da Correre testo di Luca De Ponti)
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| Tutti gli atleti che fanno della corsa uno degli elementi fondamentali della loro attività sportiva, dai calciatori ai giocatori di basket dai maratoneti ai tennisti possono trovare nei plantari grandi benefici evitando eventuali infortuni e migliorando le proprie performance sportive. |
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