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Cause e terapie degli infortuni più frequenti

SPORTIVI IN OFFICINA

Chi pratica sport lo sa, ma cerca di non pensarci.

La passione alimenta la voglia di fare sempre più, in allenamento, ma anche nel momento agonistico, che sia partita o gara non fa differenza. Ma quel “sempre più” espone a rischi di infortunio, che sono sempre dietro l’angolo, soprattutto se lo sport che amiamo non è proprio il nostro mestiere. “Istruzioni per l’uso”, allora, da usare “in caso di”: panoramica dei problemi più frequenti e del corretto comportamento per uscirne bene.
Se fosse possibile ricondurre a una matrice, una causa “primigenia”, tutte le dinamiche che sfociano in un infortunio, suggerirei di mettere sotto accusa l’atteggiamento mentale che non ci fa pensare ai nostri limiti.
Siamo fatti così, e forse l’unica cosa utile per noi è attrezzarci mentalmente a quell’ “in caso di”, per affrontare correttamente l’eventuale infortunio e svolgere una riabilitazione-recupero, almeno in quel caso, senza avere fretta.

1 distorsione alla caviglia, l’infortunio più frequente

 

Tra gli infortuni più frequenti tra gli sportivi figura in prima linea la distorsione della caviglia. Fortunatamente si tratta spesso di un infortunio di lieve entità, ma non sempre è così. La classica distorsione si presenta in molte varianti, più frequenti da un punto di vista statistico sono quelle che interessano le strutture legamentose (ad esempio i legamenti crociati del ginocchio o i tendini. Nelle distorsioni in inversione (cioè con il piede all’indentro) è il legamento peroneo astragalico anteriore ad essere danneggiato più frequentemente. Se la forza applicata al momento del trauma è molto importante, il danno anatomico rischia di proseguire interessando anche altri legamenti e le strutture ossee. Nelle distorsioni in eversione (cioè quando il piede scivola all’esterno e la gamba all’interno), è il legamento deltoideo il primo a subire il danno, ma possono essere coinvolte anche altre strutture legamentose così come il tendine del tibiale posteriore.

Nei casi più sfortunati si può verificare una frattura. In relazione a questa ipotesi non rara è necessario un controllo radiologico da eseguire entro breve tempo.

Che cosa fare dopo una distorsione

Se nel caso di una possibile frattura è importante effettuare un accertamento radiologico, per verificare invece l’importanza di un danno legamentoso può rivelarsi utile un’ecotomografia: questo esame ha maggior attendibilità proprio quando la caviglia è ancora gonfia, perché si evidenziano eventuali lesioni legamentose. Anche la risonanza magnetica è un accertamento che fornisce precise indicazioni diagnostiche.

La terapia

TibiaCome primo approccio terapeutico l’applicazione locale della borsa del ghiaccio è utile per limita il versamento articolare e periarticolare.

È ovvio che la scelta della terapia adeguata sia preceduta da una diagnosi che inquadri il tipo di danno anatomico.

Se è opportuna l’applicazione di uno stivaletto in gesso nei casi di frattura, potrebbe essere necessaria anche la terapia chirurgica nei casi di frattura scomposta.

Quando sono interessate le strutture legamentose, l’interpretazione del danno è assolutamente fondamentale anche in relazione al tipo di sport praticato e all’età. Una lesione parziale del peroneo-astragalico anteriore in chi corre merita senz’altro un periodo di immobilizzazione articolare con un tutore per almeno dieci giorni che favorisca la cicatrizzazione. Nel caso di una lesione completa, deve essere presa in considerazione anche l’ipotesi di una pronta sutura chirurgica, soprattutto nel caso di un soggetto giovane che, altrimenti, si troverebbe portatore di un’instabilità cronica nel continuare l’attività sportiva.

Nelle instabilità croniche, cioè nelle situazioni in cui vi sono stati ripetuti episodi distorsivi e la caviglia non garantisce più una soddisfacente tenuta, è necessario un intervento per ricreare un’adeguata stabilità. In questi casi, i tempi di recupero sono più lunghi e l’immobilizzazione dell’articolazione è di circa un mese, i cui primi quindici giorni sono in scarico.

Nelle distorsioni banali con una modesta reazione infiammatoria, nelle quali le strutture
legamentose hanno subito solo un iperstiramento, può essere sufficiente un bendaggio funzionale per una decina di giorni.

2 Osteoporosi e fratture da stress

Da un punto di vista metabolico l’osso necessita di carico, ovvero rimane in salute quando viene attraversato dalle forze legate alla posizione eretta del corpo.

Quando l’osso risulta debole

Chi non ha mai corso in modo continuativo, chi si è dedicato ad altre discipline o chi inizia a correre in età̀ avanzata, non ha solitamente uno spessore osseo consolidato capace di sopportare i carichi di un allenamento impegnativo. In questi casi, un incremento repentino della corsa può essere sufficiente a determinare fratture da fatica che interessano, il più delle volte, piede e tibia.

Casi limite

Chi risulta osteoporotico può trovare giovamento nell’attività fisica, ma alcune attività intense, come ad esempio la corsa, possono mettere a repentaglio ulteriormente l’integrità dell’osso. Il consiglio, in questi casi è di limitare l’attività sportiva a cammino, nuoto, bicicletta come primi passi per allenare le ossa a sopportare in seguito carichi più importanti.

3 Le fratture da fatica

Queste patologie sono insidiose, perché spesso non vengono riconosciute subito. Si tratta di alterazioni della parte corticale dell’osso, cioè la porzione più esterna e consistente. Sollecitato

oltremodo da compressione o trazione, l’osso cede perdendo la sua continuità in modo quasi impercettibile, tanto che anche il riscontro radiologico, in un primo momento, non testimonia il danno.

Come insorge e come si manifesta il dolore

Il dolore si manifesta solitamente durante l’esercizio fisico; in un primo momento può essere più o meno sopportabile e, a freddo, può aumentare di intensità. In alcuni casi il dolore può essere compatibile con la corsa e quindi l’atleta tenta di continuare il programma di allenamento, salvo fermarsi quando il fastidio diventa insopportabile. Nelle fratture metatarsali il dolore è acuto e improvviso e, solitamente, non consente di continuare l’esercizio. Il proseguimento dell’attività è, in questi casi, un fattore aggravante e può ritardare di molto la guarigione, perché la porzione anatomica interessata dalla patologia può estendersi.

I segni di una frattura da fatica cominciano a intravedersi almeno quindici giorni dopo i primi segnali di dolore. Più immediato, come riscontro diagnostico, è quello fornito dalla risonanza magnetica, che può indicare con precisione la sede e l’entità della lesione.

I programmi terapeutici

I tempi di consolidamento della frattura vanno rispettati e corrispondono a una trentina di giorni, durante i quali bisogna rispettare il riposo dalla corsa, mentre è genericamente consentito il nuoto, in quanto non vi è un carico sull’arto inferiore. Può essere d’aiuto la magnetoterapia; allo scopo sono efficaci anche piccole macchinette portatili che si possono mantenere collegate per più ore durante la giornata.

L’astensione dal carico non è opportuna, anzi è verosimile che possa ritardare la guarigione.

A livello dello scafoide le microfratture possono evolvere in vere e proprie fratture con una diastasi, cioè un allontanamento delle due parti che hanno subito la lesione. In questi casi è necessaria una sintesi chirurgica.

Come riprendere a fare sport

La ripresa della corsa o del gioco è sempre un momento delicato, in quanto vuol dire riproporre il carico che ha causato il danno. È il momento giusto per verificare eventuali difetti legati alla biomeccanica di corsa: test dinamici ben interpretati possono essere importanti per elaborare, ad esempio, un’ortesi plantare allo scopo di diminuire lo stress e quindi la possibilità di un nuovo infortunio di ricaduta. Al contrario di quanto spesso si pensa, i ritmi eccessivamente lenti possono essere più stressanti, soprattutto nei casi di interessamento tibiale; vi deve essere allora un giusto compromesso nella progressione, sia in termini chilometrici sia nella scelta del ritmo.

4 Quando si rompe il legamento crociato anteriore

Una giornata sfortunata sugli sci, una partitella di calcio con gli amici, un’incauta prova sul surf, una maldestra escursione in montagna, sono classici esempi di momenti in cui ci esponiamo al rischio di distorsioni del ginocchio che possono causare la rottura del legamento crociato anteriore.

Nel caso non vi siano state rotture del menisco, è possibile riacquisire l’articolarità del ginocchio in tempi relativamente brevi, anche se può persistere un senso di insicurezza e instabilità dell’articolazione.

Un ginocchio instabile

GinocchioLa stabilità del ginocchio è garantita dal complesso legamentoso che comprende i legamenti crociati e collaterali e dalla muscolatura, in particolare quella della coscia. Una lesione del legamento crociato anteriore può determinare un’instabilità più o meno marcata del ginocchio e questo può dipendere dall’integrità delle altre strutture legamentose, da una soggettività anatomica e dalle caratteristiche muscolari del singolo. Vi è quindi un riscontro clinico, valutabile dall’ortopedico, che può qualificare la tipologia dell’instabilità a prescindere dalla rottura del legamento crociato.

Quando intervenire e ricostruire il legamento

Le motivazioni legate alla pratica dell’attività sportiva sono alla base di un’esigenza di ripristino anatomico completo e quindi della decisione di affrontare un trattamento chirurgico.

In relazione all’età, al sesso e al peso del soggetto, e anche in base alle esigenze atletiche, è possibile decidere la tipologia dell’intervento. La pratica chirurgica moderna ha portato a sviluppare il concetto di mini-invasività e su questa scia si è evoluta la scuola di artroscopia.

Artroscopia oggi vuol dire anche ricostruzione legamentosa con le relative variabili tecniche. Negli ultimi anni le metodiche si sono indirizzate verso tecniche che prevedono l’utilizzo di prelievi biologici autologhi, ovvero costituiti da tessuti prelevati dal paziente stesso. Nella pratica chirurgica attuale, i prelievi sono fatti prevalentemente dal tendine rotuleo o dai tendini semitendinoso e gracile.

Il potenziamento

Abbiamo accennato a quanto sia importante la cura della tonicità della muscolatura estensoria e flessoria della coscia. Sia esercitazioni aerobiche, come la bicicletta, la step-machine, il vogatore, sia quelle più tipicamente legate alla forza, come la leg-press o la leg-curl, possono collaborare nel ripristino o nel mantenimento della massa muscolare. Per chi è solitamente dedito alla corsa, la bicicletta può essere, almeno per alcuni mesi, la migliore attività alternativa sia per il mantenimento della condizione aerobica sia per il ripristino del tono muscolare della coscia.

Le esercitazioni propriocettive

Le capacità propriocettive dell’arto inferiore, ovvero la sensibilità fine nel sentire lo stimolo esterno, sono il terreno fertile su cui costruire il miglior tono muscolare.

Le esercitazioni propriocettive eseguibili con le classiche tavolette instabili, ma anche più semplicemente con la ricerca dell’equilibrio a occhi chiusi, risultano, proprio per i motivi appena accennati, la base delle metodiche rieducative, a maggior ragione in chi pratica la corsa, disciplina in cui è più importante la reattività che la forza in assoluto.